Cammino inglese per Santiago: “Epilogo a Muxia”

18 Agosto, 2016

Dopo una giornata di riposo a zonzo per vicoli e viuzze di quello splendido gioiello che è Santiago, riparto verso l’oceano alla volta di Muxía. Purtroppo i giorni restanti sono pochi e mi devo accontentare del bus di linea. Dopo il buongiorno e il sorriso di Alejandro, il gestore dell’Hostal in cui soggiorno, e dopo due chiacchiere in misto ispano-italiano, esco alla volta della Estación de Autobuses.
Arrivo con largo anticipo perché ormai il passo è quello dei giorni scorsi, e senza zaino in spalle le distanze si accorciano.
Il viaggio, attraverso paesini della verdeggiante Galizia, dura quasi due ore e mi scarica al porto di Muxía. Una seconda colazione, in un bar da film anni ’50 con un omone sdentato e con la coppola in testa, e via a passo lungo e ben disteso seguendo la Costa della Muerte, così chiamata perché il sole al tramonto arriva a pelo dell’oceano e con un coraggioso tuffo ci muore dentro.
Mi raccontano siano indescrivibili i tramonti qui. Purtroppo dovrò rimandare la visione al prossimo cammino.

Il paesaggio è di una pace assoluta. Partita al mattino con una inspiegabile inquietudine, e con la sensazione netta che sarei dovuta andare a Muxía, qui trovo immediatamente pace. E respiro al ritmo dell’oceano che si frange sulle pietre, enormi e tonde, che fanno da scenario al Santuario della Virgen de la Barca.

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La tradizione racconta che la Vergine arrivò a Muxía su una nave di pietra, che oggi è il santuario della Barca, per incoraggiare l’Apostolo Giacomo a compiere la sua predicazione nel nord-est della Penisola Iberica. Le “piedras santas” circostanti il santuario sarebbero i resti della barca con la quale giunse la Vergine. La Pedra dos Cadrìs rappresenta la vela di questa imbarcazione.

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La Galizia è una terra piena di magia, di racconti suggestivi, di segnali, di attenzione ai particolari per i quali troverai sempre qualcuno a narrartene la storia. A parte l’aspetto religioso, che qui, ma come in tutta la Galizia e per estensione in tutta la Spagna, impregna ogni angolo, quello che la fa da padrone è il silenzio, la luce, l’oceano e i suoi profumi. Mi siedo su queste terrazze naturali che si aprono sull’orizzonte e davvero perdo il senso del tempo e dello spazio. Sono QUI e sono ORA. Una bella conquista.

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Il resto della giornata scorre senza grandi emozioni: pranzo in un ristorantino al porto, dove assaporo i piatti della cucina galiziana. Cucina di mare, cotture semplici. Il sottofondo musicale cattura la mia attenzione: “Non si può morire dentro”, canzone del 1976, interpretata da Gianni Bella. Ecco…quella sensazione che avevo nei giorni scorsi, quel dover arrivare a Muxía…ecco…è per questo che il “caso” mi ha portato qui. Per regalarmi questa bellissima canzone, che non sentivo più da chissà quanto! A seguire riconosco “La lontananza”, “Bella senz’anima” e “Quella carezza della sera” inconfondibili anche se cantate il lingua spagnola.
Il Cammino ha la sua magia e il suo modo di parlarci. Anche qui, davanti ad un piatto di cicale di mare, in un paesino sperduto dell’ovest Galiziano. Sono sempre qui a mettere a posto i miei tasselli. E piena di gioiosa pace nell’accorgermi quanto si incastrino perfettamente l’un l’altro.

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Riprendo i miei passi, che mi riporteranno a Santiago. Domattina all’alba si parte. La magica Galizia resterà sempre nel mio cuore.

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Ci salutiamo davanti ad una buona birra.

È un arrivederci.

È una promessa.

A presto.

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